PSICOLOGO, PSICOTERAPEUTA O PSICHIATRA?

Come orientarsi?

Nel linguaggio comune i termini psicologo, psicoterapeuta e psichiatra vengono spesso erroneamente utilizzati come interscambiabili. Al di là della confusione terminologica, questo atteggiamento indica una scarsa conoscenza delle competenze ed i ruoli relativi ad ogni figura professionale.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza sulle differenze tra psicologo, psicoterapeuta, psichiatra:Lo scopo principale del lavoro dello psicologo è la promozione del benessere della persona. 

Lo psicologo opera per migliorare la capacità dell’individuo di comprendere sé stesso e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace.  Può svolgere interventi rivolti al singolo, al gruppo, ma anche alla comunità. Il principale strumento di intervento dello psicologo è il colloquio psicologico. Questo può accompagnarsi alla somministrazione di test psicologici con una funzione diagnostica ed orientativa. Lo psicologo NON è specializzato e abilitato alla psicoterapia.

Lo psicologo NON può trattare disturbi psicologici o psichiatrici.

In ambito clinico può fare diagnosi e suggerire adeguati percorsi di trattamento; può inoltre offrire consulenza e supporto psicologico a tutti coloro che presentino un disagio o un problema che non configuri i sintomi di un disturbo psicopatologico.

Lo psicoterapeuta può trattare disturbi psicologici o psichiatrici, perché la psicoterapia è lo strumento clinico che consente, appunto, di trattare attraverso strumenti non farmacologici i disturbi psicopatologici.  La legge italiana prevede che possano essere abilitati all’esercizio della psicoterapia i laureati in psicologia o medicina che abbiano acquisito una specifica formazione post-lauream.

Nell’ambito della psicoterapia vi sono molti approcci, che prevedono teorie e metodi alquanto diversi tra loro. Lo psicoterapeuta – a differenza dello psicologo – è dunque il professionista indicato nella cura dei disturbi psicopatologici. Il titolo di psicoterapeuta non abilita comunque alla prescrizione di farmaci, se il clinico è uno psicologo e non un medico. Nell’ordinamento italiano lo psichiatra è un laureato in medicina e chirurgia con specializzazione in psichiatria, quindi è prima di tutto un medico che può prescrivere farmaci generici e/o psicofarmaci e richiedere e valutare esami clinici.

Una mente inquieta, l’illogica allegria

Sveglia prima dell’alba per un sogno di quelli angosciosetti che m’illuminano già da mezza addormentata per un fantasma vecchio che è tornato a salutarmi e voglio togliermi dalle scatole, dato che ho già capito cosa voleva dirmi e non è qualcosa che mi faccia particolare piacere, decido di fare il primo articolo del blog su di lei e il suo libro che ho appena finito di leggere.
Giusto perché sto qui a giudicarmi con perfezionismo senza pensare a tutte le mie fatiche e soddisfazioni recenti e all’energia che ho messo per stare bene che non sarà offuscata da una piccola nuvoletta, mi è venuta in mente prepotente per l’energia con cui è vissuta e sopravvissuta a qualcosa di ben più grave, un disturbo feroce, che gli “incubi” glieli ha dati ad intermittenza da sveglia durante tutta la vita, un disturbo che conosco bene perché oltre a curarlo il temperamento ciclotimico appartiene al mio copione familiare e me la fa sentire più vicina.
Lei è Kay Redfield Jamison, psicologa, ricercatrice e docente americana che ha studiato e scritto molto sui disturbi dell’umore sia come clinica che come divulgatrice, quello che sto pensando è scritto nella sua lucida e illuminante autobiografia “Una mente inquieta”, una storia di coraggiosa resilienza e di vita vissuta che è inevitabilmente e soprattutto storia della sua malattia, quella che oggi viene chiamata disturbo bipolare (sdoganato anche nel linguaggio comune per quanto ben si presta a infinite battute con quell’accento sulla polarizzazione) un nome che impoverisce concettualmente questa malattia perché non tiene conto della fluidità e della circolarità con cui i suoi stati si susseguono.
Lei lo chiama in tutto il libro sempre con la vecchia dicitura, sindrome maniaco-depressiva, non credo soltanto perché il libro è abbastanza datato (1995, pubblicato in Italia nel 2006), ma perché secondo me i termini esatti delle sue fasi descrivono assai meglio di cosa si tratti davvero e l’alternanza tra stati diversi: l’inibizione e il dolore della depressione, l’ebbrezza degli stati maniacali leggeri, la felicità dell’euforia, l’inesauribilità, l’accelerazione e la frenesia della mania, il terrore della confusione e lo spavento per la pazzia.
L’alternanza faticosissima nella sua vita di questi stati, la difficoltà a riconoscersi malata nelle fasi gloriose, iperproduttive in cui sentiva tutta “l’avidità dell’esaltazione”e la sua “tumultuosità romantica”, l’infiammabilità dietro l’angolo, e poi il dolore e l’insostenibilità della depressione sono descritte con un’umanità struggente ed una capacità analitica di individuare la “spina” tipica del chirurgo esperto col bisturi in mano, bisturi che non riusciva ovviamente ad usare su di sé, nonostante il forte desiderio di farcela da sola dopo il dolore di avere riconosciuto il suo problema. Non c’è manuale che possa rendere tutto questo, per questo invito a leggere questo libro sia i clinici che non lo conoscono che le persone che vivono questo problema, loro stesse o perché ce l’hanno vicino.
Come in tutte le grandi sofferenze anche qui viene descritto come siano spesso gli incontri e gli scambi felici a fare la differenza in termini di speranza e rinascita individuale, e questo libro mi piace perché ne descrive più di uno e descrive così bene i pensieri e le emozioni che li hanno accompagnati:
ero carica di amaro risentimento, ma in qualche modo molto sollevata, e lo rispettai moltissimo per la chiarezza di pensiero e la determinazione a non creare equivoci nel dare le brutte notizie….mi ha tenuto viva migliaia di volte…..è stato molto duro e molto gentile, e anche se capiva più di chiunque altro quanto mi sembrava di perdere in energia, vivacità e originalità prendendo i medicinali, non ha mai perso di vista la prospettiva generale di quanto la malattia potesse costarmi, danneggiarmi ed essere una minaccia per la mia vita….mi ha trattato con rispetto, con ferma professionalità , con senso dell’umorismo e con una fiducia incrollabile nella mia capacità di guarire, di lottare e di cambiare”
La Jamison è molto chiara sull’importanza combinata di farmaci e psicoterapia in forme particolarmente pervasive della sindrome maniaco-depressiva come è stata la sua e ne descrive minuziosamente ogni rischio senza mai smettere di trasmettere come la comprensione di studiosa sia stata per lei anche speranza ed effettiva salvezza.
L’euforia maniacale può essere intensissima, ammaliante e attrattiva come il canto delle sirene, anche assordante appunto e pericolosa perché ti fa andare di corsa non per il gusto di, ma per non sentire ciò che ti addolora, ed è descritta mediamente molto meno della depressione, il coraggio della Jamison è ammirevole perché racconta senza pudori le sue ipomanie e manie, sia negli aspetti creativi e produttivi che nell’inferno della mania “nera” con la sua orribile agitazione, la violenza e il rischio di suicidio.
E allora finisco con tutt’altro tipo di allegria, meno seducente, ma piena come una piccola cosa che illumina il mattino e ti fa godere il mondo, scritta e cantata da lui che avrebbe fatto ottant’anni proprio nei giorni scorsi e la descrive così bene:

https://www.youtube.com/watch?v=1ekETD4P97I

“e sto bene, proprio ora proprio qui….è come se improvvisamente mi fossi preso il diritto di vivere il presente”.
Ci ritroviamo tra qualche giorno qui con qualcos’altro, forse più allegro, forse non sempre inerente strettamente temi psicologici, che spero vi interessi, ciao!
(non credo si saluti nei blog, mi prendo questa licenza da neofita)